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Rimpatri, riammissioni e CPR: i risultati preliminari del progetto MORE al Parlamento Europeo

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Francesca Cimino al Parlamento Europeo lo scorso 26 marzo con altri componenti del team internazionale del progetto

Le politiche di rimpatrio e riammissione nel contesto italiano sono state per un anno e mezzo sotto la lente del gruppo di ricerca cafoscarino del progetto MORE – Motivations, experiences and consequences of returns and readmissions policy: revealing and developing effective alternatives, guidato dal professor Fabio Perocco e dalla ricercatrice Francesca Cimino del Dipartimento di Filosofia e Beni Culturali.

I risultati preliminari del progetto, che oltre Ca’ Foscari, con il Laboratorio di Ricerca Sociale, ha coinvolto l’Università di Barcellona – European Social Research Unit; la Libera Università di Bruxelles – Centre Metices; Picum (Platform for international cooperation on undocumented migrants); il Mirovni Institut (Slovenia);il Kentro Merimnas Oikogeneias Kai Paidiou (Grecia); l’Università di Oxford – Compas School of Anthropology; Red Barnet (Danimarca); l’Università Linköping – Remeso Institute for Research on Migration, Ethnicity and Society (Svezia); l’Università di Gottinga – Istituto di Antropologia (Germania); il Centre for European Policy Studies (Belgio), sono stati presentati il 26 marzo al Parlamento Europeo. 

“Abbiamo esaminato gli accordi di riammissione con i paesi terzi, l’evoluzione dell’utilizzo della detenzione amministrativa, il programma dei rimpatri volontari assistiti ma anche la delicata situazione dei cosiddetti ‘inespellibili’– racconta Francesca Cimino - Abbiamo raccolto e analizzato i sondaggi d’opinione realizzati negli ultimi quindici anni sull’immigrazione e sul tema dei rimpatri e abbiamo condotto una ricerca empirica sulla ‘catena dei rimpatri’, ossia sulle varie tappe del processo di rimpatrio, anche a partire dai soggetti e dalle strutture che se ne occupano. Come operatori sociali e sanitari, agenti di custodia, operatori di volo, Centri di Permanenza per i Rimpatri”.

L’analisi ha coinvolto anche i CPR, che emergono dalle interviste come luoghi ‘patogeni’ a vari livelli. A proposito di CPR, il 10 aprile si terrà la conferenza Inferno CPR, che prende in esame le condizioni di vita e di detenzione degli immigrati presenti in questi centri, con particolare attenzione alle condizioni di salute fisica e mentale così come ai meccanismi di funzionamento del sistema CPR. La conferenza vede la partecipazione di Nicola Cocco della Società di Medicina delle Migrazioni, e di Lorenzo Figoni autore del libro 'Gorgo CPR' ed è aperta al pubblico.

Abbiamo chiesto a Perocco e Cimino di raccontarci gli sviluppi del progetto.

I numeri degli immigrati irregolari sono pressoché simili a quelli del 2023 o ci sono stati dei cambiamenti sostanziali?

La quantificazione delle persone straniere in situazione amministrativa irregolare è impossibile per definizione. Tuttavia le ultime stime della popolazione straniera irregolare in Italia (MIRREM project e ISMU) indicano la presenza di un numero compreso tra 458.000 e 500.000 persone, quindi un numero sostanzialmente invariato. Si tratta di una cifra che è stabile da una ventina d’anni, e che è il risultato dell’ampia economia sommersa strutturalmente presente in Italia.

Quali sono alcuni dei risultati preliminari del progetto MORE?

Dalla ricerca condotta finora emergono diversi punti. Quando la Direttiva Rimpatri è stata varata nel 2008, l’Italia aveva un impianto normativo ed operativo più restrittivo della Direttiva, per quel che riguardava i rimpatri volontari, la detenzione amministrativa e le modalità di reingresso. Negli anni successivi la Direttiva, che mirava ad avere una politica sui rimpatri ‘umana ed efficace’, è stata interpretata dagli stati membri in maniera sempre più restrittiva. È emerso che la normativa sull’immigrazione è la causa principale dei processi di irregolarizzazione degli immigrati, e ciò porta ad un maggior utilizzo del meccanismo dei rimpatri e, ancor più, della detenzione amministrativa come sistema di gestione ordinaria delle migrazioni.

Un punto cardine delle politiche di rimpatrio e riammissione sono gli accordi con i paesi terzi. Viene stimato che negli ultimi 25 anni l’Italia ne abbia firmati trentacinque, di cui oltre la metà non sono ancora pubblici o sono stati resi pubblici a seguito di pressioni dal basso. La scarsa visibilità e l’ampia informalità di questi accordi comporta numerose violazioni dei diritti delle persone coinvolte e poche possibilità di monitoraggio. Oltre a costi molto più alti rispetto ai rimpatri volontari e ai rimpatri volontari assistiti (AVR), la ricerca, che ha coinvolto i soggetti implementatori dei rimpatri, ha evidenziato e confermato che le condizioni di vita nei Centri di Permanenza per il Rimpatrio sono terribili. Le persone trattenute incontrano molte difficoltà nell’accesso a rimedi effettivi e all’assistenza legale, l’accesso ai diritti è fortemente limitato. Poi, oltre a non garantire il diritto alla salute, i CPR si connotano, usando le parole degli intervistati, come luoghi patogeni, che peggiorano le condizioni di salute di chi è trattenuto. Ossia, si entra sani e lì ci si ammala, nel corpo e nella mente.

Quanti sono i CPR in Italia, per quanto tempo vi transitano le persone?

I CPR sono luoghi di detenzione amministrativa di persone straniere sprovviste di un titolo di soggiorno. Al momento in Italia i CPR attivi sono nove (Milano, Gradisca d’Isonzo, Roma-Ponte Galeria, Palazzo San Gervasio-Potenza, Macomer, Brindisi, Bari, Trapani, Caltanissetta). Il CPR di Torino, chiuso dal 2023, è in procinto di riaprire.

La normativa prevede una permanenza massima di 18 mesi, finalizzata al rimpatrio, da attuarsi unicamente in determinate situazioni (ad esempio: impossibilità di misure alternative, pericolo di fuga). La detenzione dovrebbe costituire una possibilità residuale, eccezionale, un’estrema ratio diciamo. Non pratica diffusa.

Avete raccolto dei dati o dei risultati che non vi aspettavate?

Tra i soggetti implementatori dei rimpatri abbiamo raccolto una grande e diffusa sensazione di disorientamento e confusione, a volte sconforto. Oltre ad una normativa spesso nebulosa e complicata, l’implementazione di queste politiche sembra non essere chiara a tutti i soggetti coinvolti, né tantomeno alle persone destinatarie di queste politiche. La mancanza di informazioni viene spesso citata per motivare mancati processi di regolarizzazione, ma anche come elemento costante nell’implementazione di queste politiche.

Il 26 marzo i risultati preliminari del progetto MORE sono stati presentati al Parlamento Europeo. Come si è svolto l’incontro? Considerando anche che è in corso una discussione per l’approvazione del nuovo regolamento comunitario in materia di rimpatri.

Insieme ai partner del progetto MORE, la scorsa settimana come team di ricerca del Dipartimento di Filosofia e Beni Culturali di Ca’ Foscari abbiamo partecipato ad un incontro sul tema dei rimpatri e delle riammissioni che si è tenuto al Parlamento Europeo. Erano presenti membri del parlamento e una rappresentante della DG Home.

La Commissione Europea ha recentemente presentato la proposta di nuovo Regolamento europeo sui Rimpatri, quindi presto si avvieranno le negoziazioni col Parlamento Europeo. Come consorzio MORE abbiamo presentato i risultati preliminari, evidenziando gli aspetti salienti e critici, soprattutto in relazione alla nuova proposta. Abbiamo discusso dell’impatto della nuova proposta di regolamento sulla vita degli immigrati undocumented o underdocumented, dell’accesso ai servizi, dei diritti, delle possibili alternative ai rimpatri. Come Ca’ Foscari ci siamo concentrati sulla questione e sui problemi dei cosiddetti 'inespellibili'.

Chi sono gli ‘inespellibili’? Quali sono le criticità che avete riportato durante l’incontro?

Si tratta di coloro che hanno ricevuto un ordine di espulsione ma che non vengono rimpatriati perché non possono esserlo per motivi pratici, umanitari, legali. Sul fenomeno delle persone cosiddette inespellibili ('non retournable') non vi sono molti dati statistici, pertanto è difficile conoscerne l’entità. Tuttavia la nostra ricerca ha evidenziato che costoro si trovano in un limbo amministrativo e vivono condizioni molto precarie: non hanno un permesso di soggiorno, hanno un ordine di espulsione, ma non possono essere rimpatriati, pertanto la loro presenza, che è tollerata ma non riconosciuta, è caratterizzata da pochi diritti e impossibilità di accedere alla regolarizzazione. La loro esistenza è bloccata, è come se fossero nelle sabbie mobili.

Ritornando all’incontro, i membri del Parlamento hanno mostrato molta attenzione e volontà di confronto verso i risultati del progetto MORE. C’è interesse a proseguire il dialogo e ad ascoltare i prossimi risultati della ricerca. Noi abbiamo messo in luce le tendenze, i problemi, le criticità, i rischi sociali, sulla base di evidenze empiriche; abbiamo ragionato di alternative alla detenzione e al rimpatrio. Ci auguriamo che il nostro contributo sia stato utile e che in qualche modo incida sulle decisioni politiche, che sono imminenti. Stiamo a vedere.

Quali sono gli sviluppi futuri del progetto?

In questo momento stiamo conducendo la seconda parte della ricerca empirica, che vede il coinvolgimento sia di persone e organizzazioni che supportano gli immigrati undocumented sia di immigrati in situazione amministrativa irregolare a rischio di espulsione e rimpatrio. Successivamente verrà condotta una ricerca nei paesi di origine, per esaminare lì la parte finale del processo di rimpatrio, per vedere cosa accade una volta rimpatriati. Poi, l’ultima parte del progetto sarà dedicata all’individuazione di alternative alla detenzione amministrativa e al rimpatrio.

Sara Moscatelli