Primi piani

Maria Elisa Fina
Lingua e traduzione - lingua inglese

Ci parli di lei: da dove proviene, cosa insegna a Ca’ Foscari, quali sono i suoi interessi e i suoi ambiti di Ricerca.
Mi chiamo Maria Elisa (più semplicemente Elisa) Fina e vengo dalla provincia di Lecce. Mi sono formata all'Università del Salento e sono approdata a Ca' Foscari a settembre 2018. Sono una ricercatrice e insegno Lingua e Traduzione inglese in corsi di laurea triennali e in un corso di laurea magistrale. Nelle mie ricerche mi occupo principalmente di lingua inglese per la promozione del patrimonio culturale, che studio in ottica contrastiva inglese vs italiano, prediligendo soprattutto i generi multimodali, che mi affascinano molto. Mi occupo anche di traduzione.

Qual è stato il suo percorso accademico?
Ho conseguito la laurea triennale in Mediazione linguistica (2008) e poi la laurea specialistica in Traduzione letteraria e tecnico-scientifica (2011) presso l’Università del Salento. Pochi mesi dopo ho partecipato al concorso per il dottorato in Studi linguistici, storico-letterari e interculturali presso la stessa Università. Inizialmente ero la prima nella graduatoria degli idonei non vincitori, poi per scorrimento graduatoria sono risultata vincitrice. Ho conseguito il titolo di Dottore di Ricerca nel 2016. Per due anni ho continuato a lavorare in università come docente a contratto. Stavo per lasciare l’università per assenza di prospettive, e poi nell’estate 2018 ho vinto il concorso di ricercatrice a Ca’ Foscari.

Quali sono i suoi modelli / punti di riferimento professionali?
Seguo l'esempio di chi cerca di 'innovarsi' e rinnovarsi continuamente, sia nell'insegnamento che nella ricerca, esplorando nuove strade, metodi, e a volte anche mettendo in discussione vecchie certezze. La società sta cambiando, il modo di comunicare e di interagire sta cambiando, gli studenti sono sempre più esigenti: dobbiamo stare al passo.

Ha sempre pensato che questa fosse la sua strada?
Decisamente no. Da studentessa di triennale mi immaginavo in una grande multinazionale a curare le relazioni con i partner esteri. Molti dei docenti che ho avuto – molti dei quali giovani ricercatori e ricercatrici – nei loro corsi portavano anche i risultati delle loro ricerche. Non me ne rendevo conto ma è in quei momenti che maturava in me l’interesse per la ricerca. Il resto è il risultato di una fortunata combinazione di audacia e occasioni propizie.

Qual è l'aspetto che più l’appassiona del suo ambito di ricerca?
Occupandomi di inglese per la promozione del patrimonio culturale, sono convinta che la sensibilizzazione alla bellezza e all’importanza della cultura passi anche da come essa viene descritta, raccontata, plasmata. In particolare, mi affascina la possibilità di poter riscrivere qualcosa dandole forme e vesti nuove per accomodare le esigenze dei destinatari della comunicazione. È come avere un campo infinito di possibilità: sta a noi scegliere consapevolmente.

Cosa significa, per lei, insegnare e fare ricerca?
Esprimermi nelle mie potenzialità, comprendere i miei limiti e possibilmente superarli, nei giusti tempi e modi. Uno studente che a fine lezione si ferma per pormi delle domande è una ricchezza da preservare, così come una review severa a un proprio articolo, per quanto possa essere difficile da ‘digerire’, è uno stimolo a fare sempre meglio.

Le soddisfazioni professionali più grandi?
Nel 2017 l’Associazione Italiana di Anglistica (AIA) mi ha assegnato il premio PhD Dissertation Prize 2017 per la miglior tesi di dottorato in anglistica in Italia. Grazie a questo premio ho potuto pubblicare una monografia sulla mia ricerca di dottorato. Vincere quel premio per me è stato come vedere ogni singolo sforzo ripagato.
Un’altra grande soddisfazione è stata superare la selezione preliminare per un post-doc all’Università di Salisburgo a metà del 2018. Il colloquio è stato abbastanza duro ma mi ha fatto bene, perché mi ha preparata al concorso a cui avrei poi partecipato a Ca’ Foscari pochi mesi dopo.
Non da ultimo, è una soddisfazione professionale anche ogni volta che uno studente manifesta gradimento e soprattutto gratitudine.

L’ambito di cui si è sempre voluto/a occupare ma che non ha ancora avuto occasione di esplorare?
La comunicazione multimodale accessibile in inglese lingua franca per le persone diversamente abili e l'integrazione tra comunicazione verbale e tecnologie digitali quali realtà aumentata, esperienze tattili, etc. Si tratta di ambiti estremamente complessi e interdisciplinari, e credo che ci vogliano anni di studio solo per capire di cosa si tratta, per assimilare gli studi svolti, per capire come affrontare la ricerca. Non escludo di farlo in futuro, ma al momento un contratto a tempo determinato non consente di imboccare strade così complesse.

Cosa dice ai giovani che cominciano il loro percorso universitario?
Quello che ripeto ai miei studenti e alle mie studentesse: l'università non è solo la serie di esami previsti dal piano di studi, il capitolo da studiare, la corsa alla tesi, etc. L'università è un percorso di crescita importante, quindi cerco di incoraggiarli a porsi delle domande e a cercare le risposte da soli, e soprattutto a confrontarsi tra di loro, a guardare le cose da più punti di vista sviluppando uno spirito critico e autocritico, perché solo così potranno cogliere tutte le opportunità che questa esperienza può offrire loro.

E a quelli che si avvicinano alla ricerca oggi?
Il nostro lavoro dà molta soddisfazione ma richiede molti sforzi, a volte anche delle rinunce. La prima cosa che direi è di mantenere i nervi ben saldi, perché il carico didattico spesso è tale da limitare il tempo che si dovrebbe invece dedicare alla ricerca. Sarà forse scontato, ma il mio consiglio è quello di mettere non solo tanto impegno ma soprattutto passione. Per me la ricerca non è un puro esercizio accademico: ricerca è creatività, e quindi piena espressione di sé. Inoltre, direi loro di non sacrificare la vita privata, gli hobby e la realizzazione personale in nome della ricerca: il lavoro non è tutto.

Perché Ca’ Foscari e Venezia?
Il mio ingresso a Ca’ Foscari è avvenuto in maniera casuale. Ora, dopo quasi tre anni, posso dire di essere stata fortunata: Ca’ Foscari e Venezia sono realtà aperte, multiculturali, sinergiche. Consiglierei un’esperienza a Ca’ Foscari a chi ha veramente voglia di uscire dalla propria comfort zone. Per me è stato un bel banco di prova, non privo di difficoltà, ma ho  imparato tanto. Quanto a Venezia, nei primi mesi non mi sembrava vero di uscire dallo studio e trovarmi la laguna davanti. Concludo con un aneddoto: nel 2014 ero a Venezia per una breve gita in famiglia. Mentre passeggiavo tra ponti e calli, ricordo di aver detto che non avrei mai potuto lavorare a Venezia. Chi avrebbe mai immaginato che, pochi anni dopo, per andare al lavoro avrei attraversato proprio quei ponti e quelle calli!

Last update: 21/05/2024