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Su Nature la "diversità oscura": l’impronta umana che cancella la biodiversità

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L’impatto della presenza umana sulla biodiversità delle piante spontanee è drammatico: nei territori dove l’impronta umana è elevata, quattro piante spontanee su cinque scompaiono. Lo rivela DarkDivNet, uno studio internazionale pubblicato su Nature, che ha coinvolto oltre 250 ricercatori e ricercatrici nel mondo, tra cui anche Gabriella Buffa ed Edy Fantinato, docenti di Botanica e Giulia Silan, assegnista di ricerca presso il Dipartimento di Scienze Ambientali, Informatica e Statistica. 

Ricercatrici e ricercatori hanno raccolto dati di biodiversità in quasi 5500 siti di 119 regioni del mondo, registrando non solo le specie vegetali presenti, ma anche le specie spontanee che dovrebbero esserci e risultano invece assenti, ovvero la diversità oscura. Ciò ha consentito di calcolare il potenziale della biodiversità delle piante spontanee di ogni area e rivelato quanto l’impronta umana, attraverso urbanizzazione, agricoltura e infrastrutture, l’abbia ridotto. 

All’interno delle aree protette, gli ecosistemi contengono in genere più di un terzo delle specie potenzialmente idonee, mentre quelle assenti lo sono soprattutto per cause naturali, come i limiti biologici della loro capacità di dispersione. Dove l’impronta umana è maggiore, la quantità di diversità oscura è invece elevatissima, con ecosistemi che arrivano a contenere anche solo una specie idonea su cinque. 

Le misurazioni tradizionali della biodiversità utilizzate fino ad oggi, come ad esempio il semplice conteggio del numero di specie, offrivano solo un quadro parziale. L’identificazione della diversità oscura ha colmato questa lacuna, rivelando perdite invisibili ma profonde. 

La relazione fra l’Indice di Impronta Umana, che considera aspetti come la densità della popolazione, urbanizzazione, agricoltura e infrastrutture, e la diversità oscura ha mostrato inoltre che l’impatto della presenza umana si estende ben oltre le aree direttamente modificate, fino a centinaia di chilometri di distanza, interessando anche le riserve naturali.

In Veneto, lo studio ha interessato due aree apparentemente diverse e distanti geograficamente, ma segnate dalla forte presenza umana: i Colli Euganei in provincia di Padova e la Laguna del Mort in provincia di Venezia. Anche qui, lo studio ha confermato il forte impatto negativo delle attività umane sulla biodiversità. 

Tuttavia, lo studio ha rivelato anche delle possibili soluzioni. “L'influenza negativa dell'impronta umana sulla biodiversità è meno pronunciata quando almeno un terzo della regione circostante l’area investigata è sottoposto a misure di tutela, spiega Gabriella Buffa, professoressa di Botanica sistematica al Dipartimento di Scienze Ambientali, Informatica e Statistica di Ca’ Foscari. 

Questo, sottolinea l’importanza di supportare l’obiettivo della Strategia 2030 per la Biodiversità dell’ONU di proteggere almeno il 30% della superficie terrestre e marina globale
“In Europa,  - aggiunge Edy Fantinato, professore di Botanica sistematica a Ca’ Foscari - abbiamo un ulteriore strumento per promuovere la salute degli ecosistemi anche al di fuori delle aree protette, ovvero il nuovo Regolamento sul ripristino degli ecosistemi, che richiede che gli Stati membri mettano in atto misure attive per il ripristino di almeno il 20% degli ecosistemi degradati entro il 2030”. 

“Il nostro gruppo  - conclude Buffa - da ormai un decennio è impegnato nella ricerca di base sul ripristino degli ecosistemi e nel coordinamento di numerosi progetti volti a tradurre i risultati della ricerca in impatti positivi sul territorio”.  

Enrico Costa