Marie Curie vicepresidente della Humanities Association di Berkeley

Il Marie Curie Fellow di Ca' Foscari Matteo Benussi è stato nominato vicedirettore della Humanities and Social Sciences Association della University of California at Berkeley, dove si trova per completare il periodo di ricerca extra-europeo previsto dal programma Marie Curie. Il suo progetto, Places of remembrance in Muslim Russia, consiste in una esplorazione etnografica dei movimenti pietistici islamici della Russia centrale, in particolare tra le popolazioni turche della regione della Volga. "Non tutti sanno", spiega il ricercatore, "che l’Islam è una delle religioni “native” della Russia europea (l’attenzione mediatica è spesso concentrata sul Caucaso), e che è praticata da oltre un millennio dalla più grande minoranza etnica russa, i Tatari. Il capitolo più recente di questa lunga storia è per l’appunto il successo del pietismo sunnita, che si manifesta in un vero e proprio boom degli stili di vita halal e ha tutta una serie di conseguenze sul piano sociale. La mia ricerca si focalizza su queste dinamiche, approfondendo poi la dimensione “spaziale” del pietismo (vale a dire relativa agli spazi e ai luoghi – niente astronauti!) e al suo rapporto con la memoria storica. In questa fase sto lavorando su un paio di articoli – uno sulle pratiche di patrimonializzazione dei siti islamici, l’altro sull’infrastruttura halal in Russia – e sul mio testo monografico, che spero di proporre all’editore uno di questi giorni. Ho poi qualche “side hustle”, mi piace tenermi impegnato su più fronti tra antropologia, studi religiosi, teoria critica e filosofie “radicali”."

Qual è stato il suo percorso accademico, che da Ca’ Foscari l’ha portata a Berkeley?

Ho conosciuto l’antropologia a Ca’ Foscari tanti anni fa, capendo immediatamente che avevo trovato la mia vocazione. Un incontro sconvolgente! Mi ci sono lanciato a capofitto con un progetto sugli aspetti culturali del disastro di Chernobyl, su cui ho scritto due tesi di laurea con la supervisione di Gianluca Ligi, e su cui non ho mai davvero smesso di lavorare. Questo progetto mi ha portato a conoscere i lavori di Caroline Humphrey, pioniera dell’antropologia del mondo post-sovietico. Lavorare con Humphrey all’Università di Cambridge era un sogno… che si è poi realizzato quando quest’ultima ha accettato, sbalordendomi, di diventare la mia supervisor di dottorato. Il PhD cantabrigense è stato un po’ duro all’inizio ma mi ha dato tantissimo. Sono felice di avere potuto restituire qualcosa dopo il dottorato ricoprendo, per un anno, un ruolo di docenza nello stesso dipartimento. Al termine di quella faticosa ma gratificante esperienza professionale mi sentivo pronto ad ampliare i miei orizzonti. La Marie Curie mi ha offerto la possibilità di confrontarmi con la tradizione antropologica americana in uno dei suoi dipartimenti storici – e con un advisor d’eccezione, l’esperto di islam Charles Hirschkind – e al tempo stesso “chiudere il cerchio” riportando a Venezia un bagaglio di esperienze accumulate nel corso di quasi un decennio di intenso lavoro in poli di ricerca internazionali. Fare previsioni a medio-lungo termine è poco saggio in accademia, e scaramanticamente non rivelo le mie speranze, mi piacerebbe comunque poter contribuire all’accademia italiana: non dimentico che sono un “prodotto” dell’istruzione pubblica di questo Paese, e ho un debito verso i miei concittadini.

Cosa comporta il suo nuovo ruolo a Berkeley? Avete progetti particolari già avviati?

Beh, Berkeley è una macchina colossale, e il dipartimento di antropologia è vasto e suddiviso in tanti gruppi e network. Io lavoro a stretto contatto con Charles, il mio advisor, ma come post-doc non ho ruoli specifici nel dipartimento a parte ovviamente partecipare a seminari ed attività utili per mio progetto MSCA e produrre il mio output di ricerca. In altre parole, scrivere articoli e, a questo punto, cercare di pubblicare il mio libro.
La UC Berkeley Humanities and Social Sciences Association è un’organizzazione trans-dipartimentale in cui sono molto attivo. L'associazione unisce ricercatori di varie discipline umanistiche e offre una vasta gamma di attività: forum, gruppi di scrittura, seminari, conferenze, e anche attività sociali (online, in questo momento). L'essere stato eletto vice-presidente dell’associazione implica un impegno diretto nell’organizzazione delle varie attività. Devo dire che organizzare cose rimane una sfida un po’ distante dalle mie propensioni… ma assumere questo ruolo è anche una scelta deliberata per mettermi alla prova e acquisire nuove competenze. Invece le public relations mi vengono bene senza grossi sforzi ;)

Come ha influito il 2020 sulla sua ricerca?

Parto da me: la grossa deviazione dal piano originale è l’impossibilità di fare nuovi soggiorni di ricerca in Russia. Ovviamente mi è dispiaciuto non poter tornare sul “campo”, come diciamo noi antropologi, ma la parte empirica del mio progetto poggia su fondamenta già gettate durante il PhD e nel corso di periodi successivi di lavoro etnografico. Sono stato fortunato: la messe di dati e materiali raccolta in precedenza mi permette di lavorare abbastanza tranquillamente anche senza muovermi. Anzi, la forzata immobilità mi ha costretto a focalizzarmi sul completare cose che languivano da mesi in stato di bozza. Poteva andarmi peggio. Mi chiede del mio campo specifico e del mio oggetto – ma meglio sarebbe dire “soggetto”, anzi “soggetti”, visto che parliamo di persone – di studio: dato il mio background nell’antropologia dei disastri, mi piacerebbe approfondire come la pandemia viene vissuta dai pietisti musulmani russi, i quali, come molte altre comunità religiose nel mondo, hanno faticato un po’ ad adattarsi al distanziamento sociale, alla chiusura temporanea dei luoghi di culto, e a misure percepite come intrusive. Sarebbe affasciante potersi confrontare più da vicino con le comunità, le loro reazioni e bisogni, ma non è facilissimo a distanza. E qui veniamo alla mia materia: la grossa differenza è proprio la difficoltà negli spostamenti, cui si uniscono le limitazioni alle interazioni sociali. Va da sé che entrambe queste cose rendono difficile il lavoro etnografico, che si basa sull’incontro diretto, la frequentazione assidua. È molto frustrante per chi si trova all’inizio di un progetto di ricerca e non ha una base già pronta. C’è poi la questione di come il 2020 ha influito sulla Russia, e il 2021 potrebbe essere non meno ricco di sfide e sorprese per quel Paese. Ma la situazione è fluida, stiamo a vedere…

Quali le sembrano essere i cambiamenti più significativi nella comunità accademica ora che è cambiata la presidenza USA?

È fuori discussione che la comunità accademica statunitense (parlo delle scienze sociali e discipline umanistiche, ma direi che è vero in generale) fosse profondamente disgustata dalla reazionaria presidenza Trump, che peraltro con la sua retorica e le sue politiche belligeranti non ha certo agevolato i ricercatori americani (poveri sinologi, russisti, ecc.). La sconfitta dell’estrema destra si è tradotta quindi in un gigantesco respiro di sollievo, particolarmente forte a Berkeley e in tutta la Bay Area, tradizionalmente progressista. Posso dire che a Berkeley e Oakland ci sono state scene di autentico tripudio: la gente si è riunita a ballare di fronte alla casa natale di Kamala Harris, a pochi isolati da casa mia. Un bel momento. Rispetto alle aspettative… adesso direi che si percepisce una gran voglia di normalità qui negli USA, anche perché la gestione caotica del Covid da parte dell’amministrazione Trump ha sottratto agli americani – perlomeno alle parti più responsabili e civicamente mature della popolazione – quella finestra di relativa rilassatezza che gli europei, mi pare di capire, hanno conosciuto l’estate scorsa. Speriamo tutti che Biden riesca a centrare i suoi obiettivi con la campagna vaccinale. C’è poi un desiderio di normalità più generale, nel senso di un ritorno alle “buone vecchie” norme democratiche. Esiste però anche la consapevolezza, soprattutto tra gli intellettuali, che la società americana è profondamente fratturata e che la strada della riconciliazione, se praticabile, è tutta in salita. In questo senso, l’idea di normalità non è da intendersi al cento per cento positivamente, poiché molti accademici comprendono che proprio in quella normalità si annidano le cause che hanno portato all’imbarbarimento di questi ultimi anni. Molti di loro sperano che un’amministrazione progressista sarà capace di fare scelte coraggiose per aggredire i problemi strutturali degli Stati Uniti.

Rachele Svetlana Bassan