Marie Curie scopre testi inediti sui rapporti tra Veneziani e Safavidi

Quest’anno ricorre il 1600° anniversario della leggendaria fondazione di Venezia, inizialmente solo un insediamento minore, ma destinata a diventare, nel suo periodo di massima fioritura, una potenza con domini lungo l’Adriatico, le isole egee e sulla terraferma. La repubblica di Venezia intratteneva fitti rapporti diplomatici e commerciali con le potenze europee e orientali, tra cui gli Ottomani, con i quali ebbe rapporti piuttosto ambivalenti.

Nel suo progetto SAFVEN - West meets East in Venice: Cross-cultural interactions and reciprocal influences between the Safavids and Venetians, il Marie Curie Fellow Ahmad Guliyev si è concentrato sull’importanza della comunicazione simbolica nelle relazioni diplomatiche tra l’impero Safavide e Venezia e sulla dimensione materiale dei loro incontri diplomatici. Si tratta di un interesse che il dr. Guliyev coltiva sin dalla sua tesi di dottorato. Ca’ Foscari è stata quindi una scelta obbligata, “anche tenendo conto della reputazione internazionale e dell’eccellenza di ricerca dell’Ateneo cafoscarino”. Il dottor Guliyev ha svolto il suo lavoro sotto la supervisione del prof. Simone Cristoforetti del Dipartimento di Studi sull’Asia e sull’Africa Mediterranea, suo tutor Marie Curie.

I Safavidi erano una dinastia che regnò sui territori dell’odierno Iran, del Caucaso meridionale e dell’Afghanistan dal 1501 al 1736. All’apice del loro regno controllavano anche l’Iraq orientale e alcune aree degli odierni Turchia, Turkmenistan e Uzbekistan. Sotto il regno dello Shah ῾Abbās I, detto “‘Abbās il Grande” (1587-1629), l’impero Safavide raggiunse il suo apogeo. Il dottor Guliyev ha analizzato i rituali diplomatici praticati dai Veneziani e dai Safavidi durante i loro incontri, caratterizzati dallo scambio di doni, e soprattutto, ha rinvenuto documenti inediti, che hanno fatto luce sulle relazioni tra i due Paesi come sui rispettivi rapporti con l’Impero Ottomano.

“In generale, Venezia guardava ai Safavidi attraverso i propri rapporti con gli Ottomani”, spiega il ricercatore. “Lo stesso valeva per i Safavidi, dato che la natura dei loro contatti con Venezia era influenzata dal loro atteggiamento verso la Sublime Porta. l’Impero Ottomano. In particolare, nel XVI secolo i Veneziani e i Safavidi guardavano l’uno all’altro come potenziali alleati contro la minaccia dell’espansione ottomana. Allo stesso tempo, Venezia perseguiva una Realpolitik che salvaguardava i suoi rapporti commerciali con gli Ottomani dato che la Repubblica dipendeva dal commercio per il proprio sostentamento. I documenti che ho  rinvenuto tra gli archivi veneziani e fiorentini, in particolare la “Storia d'Ismael figlio di Sciathamas Sofì di Persia” del frate Andrea Rosselli, conservata alla Biblioteca Nazionale di Firenze, potrebbero contribuire a far luce proprio su alcuni aspetti inediti delle guerre ottomano-safavidi nella seconda metà del XVI secolo. Per esempio, sono riuscito a scoprire alcuni nomi di mercanti e inviati safavidi finora sconosciuti, ma, soprattutto, ho scoperto che la prima ambasciata inviata dallo Shah Abbās I a Venezia risale al 1597 anziché al 1600, come si pensava in precedenza. Siamo riusciti a datare questa prima missione diplomatica perché abbiamo rinvenuto una lettera di raccomandazione dello Shah ‘Abbās I per gli inviati Khoja “Yeias” (Ilyas) e Mehmed Emin, conservata nella serie delle Lettere e scritture turchesche dell’Archivio di Stato di Venezia. La lettera, inviata da Qazvin (odierno Iran), è datata al 1005 secondo il calendario islamico - e quindi al 1597 secondo quello gregoriano - e si è preservata solo nella traduzione italiana. Nella missiva, indirizzata al Doge Marino Grimani (r. 1595-1605), lo Shah chiede al doge di facilitare gli acquisti degli inviati safavidi. Questo documento suggerisce che la prima missione commerciale a Venezia sia stata inviata nel 1597 e non nel 1600, com’era noto in precedenza.

I nomi identificati sono quelli dei mercanti safavidi che accompagnarono in una visita successiva a Venezia l’ambasciatore safavide Fathi Bey nel 1603: Khalil ibn Miri (Calil figlio di Miri), Garakhan ibn Haji Bayram (Caracan del Agi Beiran), Hasan ibn Haji Abulgasim (Assan del Agi Ebulcasin), Hüseyn ibn Ali (Ussein del Ali) e Sahib ibn Murat (Saap del Murat). Questi mercanti provenivano dalla provincia di Nakhchivan (oggi in Azerbaigian), fatta eccezione per Sahib, che  veniva dalla città di Tabriz (oggi in Iran). Tra gli altri beni, i mercanti portarono a Venezia rabarbaro (una pianta usata anche per scopi medicinali) e chiodi di garofano.”

Quali erano gli aspetti salienti degli incontri diplomatici tra inviati Safavidi e autorità veneziane?

Lo scambio di doni era particolarmente significativo, soprattutto per i Safavidi. Trattandosi di rapporti principalmente commerciali, questi incontri erano un’occasione per sfoggiare i migliori prodotti del loro artigianato, come i tessuti e i tappeti, evocati anche i molti quadri veneziani dell’epoca, tra cui quelli di Tintoretto o Palma il Giovane. I tessuti, però, avevano anche un valore simbolico. Per esempio, il dono di una khil‛a, una “veste d’onore”, era riservato a ospiti di rilievo o a coloro che lo Shah volesse omaggiare: queste vesti erano realizzate con tessuti preziosi ed erano spesso ricamate, a volte in oro. Nel 1603, l’ambasciatore Safavide Fathi Bey donò un manto di tela aurea al doge Marino Grimani. Tra i doni portati a Venezia dai Safavidi nel 1600 e nel 1603 c’erano anche articoli in tessuto che incorporavano simboli religiosi. Un frammento di un velluto ricamato in oro con le figure di Cristo e della Vergine è conservato al Museo di Palazzo Mocenigo. 

Dato che gli inviati safavidi non conoscevano l’italiano, si affidavano a interpreti dello Stato (i dragomanni) per conversare in turco con il Collegio veneziano. I resoconti delle udienze di alcuni inviati Safavidi a Venezia suggeriscono che parlassero turco, e il Senato inviò lettere agli Shah safavidi che venivano scritte in italiano ma anche tradotte in turco ottomano. Bozze di queste traduzioni in turco si trovano custodite all’Archivio di Stato di Venezia. 

Vi sono state delle conoscenze particolari richieste da questa ricerca?

Durante il semestre a Venezia previsto dalla fellowship, ho studiato paleografia italiana, per migliorare la mia lettura e trascrizione di documenti d’archivio. Ho anche avuto l’opportunità di partecipare al corso di paleografia ottomana tenuto dalla prof.ssa Vera Costantini del DSAAM. Questa formazione è stata utile, perché si concentrava sulla lettura e scrittura di lettere imperiali Ottomane scritte nella grafia diwani.

Progetta di proseguire il suo lavoro in futuro?

Sì, vorrei proseguire la mia ricerca concentrandomi sia sulle relazioni triangolari tra Venezia, Impero Safavide e Impero Ottomano sia sui rapporti che si instaurarono all’interno dei domini veneziani lungo le coste adriatiche. Le competenze linguistiche che ho sviluppato durante questo studio saranno sicuramente utili in questo senso.

Scudo parte dei doni dello Shah Abbas I al Doge Grimani, conservato al Museo Correr. Ph: Ahmad Guliyev
Documento d'archivio datato 15 marzo 1603 che registra il passaggio delle merci appartenute a Mehmet Emin Bey, mercante-ambasciatore morto lungo la via per Venezia, all'ambasciatore Fathi Bey. Il documento è conservato presso l'Archivio di Stato di Venezia. Ph: Ahmad Guliyev.
Lettera dello Shah Abbas al Doge Grimani. Ph: Ahmad Guliyev.

Rachele Svetlana Bassan