Animesh Gain

Cambiamento climatico e sicurezza idrica: la ricerca di Animesh Gain

Qual è l’impatto del cambiamento climatico sull’ecosistema, sulla biodiversità, e sulle comunità umane a livello locale e globale? Fino a che punto la natura e le società umane sono vulnerabili rispetto alle conseguenze del cambiamento climatico, e fino a che punto possono adattarvisi

Queste sono alcune delle domande a cui risponde il sesto Assessment Report dell’Intergovernmental Panel on Climate Change (IPCC), l’organismo internazionale delle Nazioni Unite che esamina la scienza riguardante il cambio climatico. Il documento, che è stato pubblicato il 28 febbraio 2022, sottolinea l’interdipendenza di clima, ecosistemi, biodiversità e società umane

Il report 2022 vede la collaborazione di Animesh Gain, Marie Curie Research Fellow dal 2019 e ricercatore al Massachusetts Institute of Technology (MIT) e a Ca’ Foscari. Il professor Gain tiene il corso Innovation and Environmental Management alla laurea magistrale in Scienze Ambientali a Ca’ Foscari. Ha contribuito alla stesura di uno dei 18 capitoli di Climate Change 2022: Impacts, Adaptation and Vulnerability

Il professor Gain è un ricercatore di fama internazionale specializzato nell’ambito della sostenibilità ambientale, con particolare attenzione all’interazione tra persone e natura, a obiettivi di sviluppo sostenibile, adattamento al cambiamento climatico, governance ambientale e diplomazia, gestione delle risorse idriche, e gestione dei delta fluviali e delle coste. Alla base della sua carriera accademica vi sono studi scientifici, poi integrati con studi di policy making. Il professor Gain è originario del Bangladesh, e lì si laureò prima in Scienze Ambientali e poi Risorse Idriche. Nel 2013 ottenne il dottorato in Science and Management of Climate Change a Ca’ Foscari, in collaborazione con Utrecht University (Paesi Bassi) e con la United Nations University (Germania). Dopo il dottorato, il ricercatore trascorse cinque anni in Germania prima di diventare Marie Curie Global Fellow nel 2019. In tale ruolo ha condotto ricerca presso il Massachusetts Institute of Technology (MIT) e a Ca’ Foscari, esaminando le complessità di conflitti transfrontalieri legati alle risorse idriche e proponendo un approccio di diplomazia e negoziazione per un reciproco vantaggio.

Abbiamo chiesto al professor Gain di parlarci del suo contributo al capitolo sull’acqua e della sua ricerca.

“La mia ricerca riguarda gli aspetti interdisciplinari della gestione delle risorse idriche, unendo prospettive derivanti sia dalle scienze fisiche che dalle scienze sociali. Sono partito dallo studio dell’idrologia e della scienza dell’acqua e un po’ alla volta ho incorporato aspetti di management e policy. Attualmente la mia ricerca riguarda la gestione delle risorse idriche transfrontaliere. Sto studiando i conflitti riguardanti queste risorse e cercando soluzioni per poterli risolvere”.

Perché propone una prospettiva che incorpora le scienze fisiche e le scienze sociali?

Dal mio punto di vista, se vogliamo comprendere la scienza dobbiamo anche comprendere le complessità della dimensione fisica e della dimensione umana, per integrare tutte queste prospettive nel nostro sapere. In altre parole, ritengo che la scienza debba tenere conto della ‘dimensione umana’

Si pensi, per esempio, alla scarsa qualità dell’acqua nel bacino del fiume Gange. Di quali aspetti dobbiamo tenere conto per migliorare la situazione? Il Gange è uno dei fiumi più sacri nella cultura indiana; la popolazione celebra delle feste e ricorrenze e anche questo contribuisce ad inquinare il fiume. Eppure, è necessario tenere conto di queste prospettive religiose e rispettarle, così come è necessario monitorare la qualità dell’acqua da un punto di vista fisico. Se non riusciamo ad incrociare queste prospettive e a favorire la negoziazione e dei punti di incontro, non riusciremo a risolvere il problema.

L’articolo a cui ha contribuito riguarda la sicurezza idrica globale e il cambiamento climatico nel contesto di uno sviluppo resiliente. Può spiegarci di cosa si tratta?

Il mio contributo al report IPCC riguarda il capitolo sull’acqua. Mi è stato chiesto di contribuire per merito di un articolo pubblicato nel 2016 insieme al professor Carlo Giupponi di Ca’ Foscari e al professor Yoshihide Wada di Utrecht University (‘Measuring global water security towards sustainable development goals’, in Environmental Research Letters, vol. 11). In questo studio, proponiamo un indice globale di sicurezza idrica basato su quattro criteri: disponibilità, accessibilità dei servizi, sicurezza e qualità, e gestione. Per esempio, l’acqua potrebbe essere disponibile ma non accessibile alla comunità a causa di deterioramento della qualità, oppure di problemi a livello governativo. Abbiamo anche creato delle mappe che mostrano le aree del mondo in cui vi è bisogno di trovare strategie integrate per raggiungere gli obiettivi idrici previsti, in particolare in Africa e in Asia. 

La nostra analisi ha evidenziato i fattori che determinano l’insicurezza idrica: l'ineguale distribuzione globale di acqua dolce, la variabilità nel tempo, il deterioramento della qualità, il rischio di inondazioni, l’economicità e l’accessibilità sociale, la mancanza di un buon governo.

Quali sono gli effetti del cambiamento climatico sulla sicurezza idrica? 

Il cambiamento climatico e lo sviluppo socio-economico rivestono ruoli fondamentali nella gestione delle risorse idriche. Quindi, anche se vi è sufficiente acqua per rispondere alla domanda globale, dobbiamo considerare la gestione della domanda — dato che la disponibilità fisica dell’acqua è limitata — così come la negoziazione e diplomazia dell’acqua. Il cambiamento climatico deve farci preoccupare: aggrava problemi quali la disponibilità d’acqua, e questa a suo tempo mette in pericolo la sicurezza idrica. Per esempio, il cambiamento climatico sta facendo aumentare la variabilità stagionale, e questo è un problema.

Ecco perché dobbiamo non solo concentrare gli sforzi sull’implementazione di strutture, ma anche sulla gestione che può migliorare la governance dell’acqua. Per fare questo è necessario coinvolgere i soggetti interessati (stakeholder), che variano a seconda del contesto. Per esempio, quando c’è un conflitto legato alle risorse idriche locali, ci sono potenziali “vincitori” e “vinti”, e le prospettive di entrambe le parti devono essere tenute in considerazione nel processo di decisione. Consideriamo anche il ruolo delle donne nell’utilizzo dell’acqua nei paesi in via di sviluppo. In alcuni paesi, le donne sono spesso escluse dai processi decisionali — eppure, proprio loro svolgono un ruolo fondamentale nella gestione dell’acqua a livello domestico. Da questo punto di vista, promuovere l’uguaglianza di genere e l’inclusione può essere difficile in alcuni contesti, a causa di norme sociali e culturali. Tuttavia, le cose stanno cambiando, e anche la tecnologia sta favorendo il progresso, che avviene in tempi più rapidi che in passato. Penso, per esempio, alla mia comunità in Bangladesh: lì l’istruzione femminile sta migliorando e le donne stanno iniziando ad assumere ruoli più attivi nei processi decisionali

Può farci alcuni esempi di posti e comunità colpiti da insicurezza idrica?

Abbiamo riscontrato problemi di sicurezza idrica soprattutto in Africa, nel Medio Oriente e in Asia. In alcuni paesi in queste zone, la sicurezza idrica è un problema gravissimo, non solo a causa della scarsità dell’acqua, ma anche in termini di qualità dell’acqua, rischio di inondazioni, e problemi di governance. Tutti questi aspetti condizionano l’accessibilità dell’acqua da parte della comunità. Per esempio, in questo momento nel mondo ci sono circa 1 miliardo di persone che non hanno accesso ad acqua sicura, mentre 1,7 miliardi di persone non hanno accesso a servizi igienico-sanitari adeguati. Vi sono molte cause: problemi di governance che portano alla mancanza di infrastrutture e a decisioni inadeguate, il mancato coinvolgimento degli stakeholder, e conflitti tra le comunità a monte e a valle dei corsi d’acqua.

Cosa si può fare per cercare di risolvere i conflitti legati alle risorse idriche, a livello industriale e tra le comunità?

Risolvere i conflitti è complesso, ma la diplomazia dell’acqua è l’unica strada percorribile. Negoziazione e diplomazia sono gli strumenti più efficaci per migliorare la situazione. Uso la parola “diplomazia” in senso ampio per fare riferimento a un approccio di negoziazione che può risolvere i conflitti.

Il problema è che alcuni paesi mettono in primo piano la propria sicurezza, anche a costo di inficiare quella di altri paesi — e non parlo solo di sicurezza idrica. Dovremmo ricordare sempre che abbiamo interessi in comune. Ecco perché la gestione integrata delle risorse idriche è particolarmente utile.

A livello industriale, il problema principale riguarda la qualità dell’acqua in relazione alla gestione delle acque reflue. Sicuramente è utile adottare misure strutturali per il trattamento delle acque reflue, ma se vogliamo individuare delle soluzioni sostenibili sul lungo periodo, dobbiamo sempre coinvolgere gli stakeholder — in questo caso, per esempio, la comunità industriale — e assicurarci di aver compreso le loro prospettive. 

A livello comunitario, la negoziazione gioca un ruolo fondamentale nel coinvolgimento dei membri delle comunità e delle loro prospettive, anche per poter fare divulgazione scientifica. Infatti, per quanto le innovazioni in ambito scientifico possano essere innovative, la scienza da sola non basta — a volte le comunità non accettano informazioni o scoperte scientifiche perché non si conformano alle necessità e alle norme sociali comunitarie. Per questo, se vogliamo comprendere i punti di vista delle persone e comunicare la scienza in modo che venga compresa e accettata, abbiamo bisogno di negoziazione e mediazione.

Ha in previsione delle ricerche sulla laguna veneziana? 

Certamente. Sto già lavorando a un progetto che studia il MOSE e analizza le possibilità di gestirlo in modo efficace, per poter ridurre l’impatto dell’alta marea in città, considerando anche le prospettive degli stakeholder (come le autorità portuali) e l’ecosistema. La domanda è: come possiamo gestire meglio la laguna veneziana con le barriere anti inondazione?

Joangela Ceccon