Libby Penner su Unsplash

Baby influencer, come tutelare l’interesse dei minorenni?

Ci sono bambine e bambini con milioni o decine di milioni di follower su Youtube, Instagram o TikTok. Testano giochi o prodotti, raccontano la loro vita famigliare. Generalmente iniziano con il supporto dei genitori, alcuni hanno attorno uno staff, un’impresa. Sono parte delle strategie di marketing dei brand. Muovono un giro d’affari.

Il fenomeno dei kid influencer è consolidato negli Stati Uniti, emergente in Italia. Pone nuovi interrogativi sulle migliori forme di tutela dei minorenni protagonisti di tale visibilità sui social media. Ne parliamo con Roberto Senigaglia, professore ordinario di Diritto privato al Dipartimento di Economia di Ca’ Foscari che si occupa tra l’altro dei diritti dei minori e della famiglia.

Senigaglia è intervenuto sul tema dei diritti dei minori nel contesto digitale nei giorni scorsi in una riunione del “Tavolo tecnico sulla tutela dei diritti dei minori nel contesto dei social networks, dei servizi e dei prodotti digitali in rete” istituito dalla ministra della Giustizia Marta Cartabia e presieduto dalla sottosegretaria Anna Macina.

Professor Senigaglia, quando pensiamo a minori e social ci appaiono evidenti i rischi, ma non possiamo pensare di far vivere i piccoli in campane di vetro mentre tutti i servizi hanno ormai una dimensione digitale...

“La vita sociale digitale è un’estensione irrinunciabile della vita sociale fisica. Fa parte integrante del processo di socializzazione della persona. E questo vale per tutte le fasce d’età. Inoltre, la tecnologia digitale, presidiata dall’algoritmo, è divenuta un ausilio comune a servizio dei bisogni della vita quotidiana, tanto da accompagnare la persona in ogni momento del suo agire quotidiano. Non si tratta quindi di tutelare i minorenni dalla rete, bensì di proteggerli nella rete”.

Di che protezione ha bisogno il minore nell’ambiente digitale?

“La protezione del minore va garantita sia rispetto ad attività poste in essere nella rete da altri soggetti e riguardanti la sua persona (ad esempio immagini immesse in rete dai genitori o da terzi), sia con riguardo alle attività svolte direttamente da lui come l’iscrizione a social network. In Italia è possibile accedere direttamente ai servizi online dall’età di 14 anni. Ma come viene verificata l’età? Sta alle piattaforme, come rilevato anche dal Garante della privacy con provvedimenti nei confronti di TikTok e Facebook, dotarsi di tecniche idonee a questo accertamento”.

Parlare di minorenni può apparire troppo generico. Quali confini traccia il diritto tra un infante e un adolescente?

“Occorre distinguere tra piccoli e grandi minori. La distinzione dipende dalla capacità di discernimento, cioè l’idoneità a distinguere ciò che è conforme da ciò che è contrario al proprio miglior interesse. Il minore che ha questa capacità ha il diritto di essere ascoltato in tutte le questioni che lo riguardano, anche patrimoniali. La capacità di discernimento nel nostro ordinamento giuridico è presunta a partire dal compimento del dodicesimo anno di età. Prima dei 12 anni è richiesto un accertamento caso per caso”.

Veniamo alla tutela rispetto alle immagini postate dai genitori…

“Per il minore sprovvisto di discernimento i genitori sono chiamati a operare le scelte in conformità al suo interesse, inteso sia in termini astratti (best interest of the children) sia in termini concreti (best interest of the child). Nel caso della pubblicazione di immagini del minore, la soluzione più conforme al best interest dovrebbe richiedere il consenso di entrambi gli esercenti la responsabilità genitoriale. In questi casi, quindi, al fine di tutelare i diritti e l’interesse del minore, i gestori delle piattaforme dovrebbero chiedere ai genitori la manifestazione del consenso congiunto, accompagnato pure dalla specificazione dell’età del figlio nel momento in cui viene immesso il dato. Inoltre, andrebbe dichiarata la conformità all’interesse del minore. Questo aspetto può apparire superfluo, ma esprimere in modo palese la conformità può fungere da efficace deterrente e comunque da strumento di maggiore responsabilizzazione dei genitori”.

Dietro al fenomeno dei baby influencer c’è un vero e proprio business gestito dai genitori. Come regolarsi?

“In questi casi ritengo che l’accertamento del best interest del minore andrebbe rafforzato. Un buon modello è quello francese, che nel 2020 ha regolato con una legge lo sfruttamento commerciale dell’immagine degli under 16 sulle piattaforme online. In presenza di determinati presupposti, la diffusione dell’immagine è subordinata a una dichiarazione che gli esercenti la responsabilità genitoriale devono rendere all’autorità competente, la quale, poi, rivolgerà ai genitori una serie di raccomandazioni. Si prevede, inoltre, che, oltre una certa soglia, i redditi derivanti da quest’attività debbano essere versati presso la Cassa depositi e prestiti che li gestisce fino alla maggiore età del giovane influencer".

Quale ruolo spetta alle piattaforme social?

“Online il dovere educativo non può più far capo solo ai genitori, alla scuola, alla parrocchia. Chi può esercitare il controllo, nel nostro caso i gestori dei servizi online, dovrebbero avere il dovere di partecipare all’alleanza educativa, informando in modo trasparente, attivando misure di controllo e di sicurezza idonee a far maturare nel bambino la consapevolezza della portata dei rischi, rapportata ai propri diritti, nel momento in cui si muove in quell’ambiente svolgendo la propria personalità”.

Servono nuove leggi per tutelare i minori online in Italia?

“Serve un concorso di strumenti regolativi di diritto pubblico e di diritto privato. Significa che, oltre a una legge che definisca dei principi generali in grado di tutelare i minori online anche in circostanze oggi non prevedibili, sono necessarie forme di autoregolamentazione e coregolamentazione, ad esempio codici di condotta che coinvolgano tutte le parti interessate. Senza il necessario coinvolgimento delle piattaforme, per la loro vicinanza ai rischi e le loro capacità tecniche, le regole imposte dalle leggi rischiano di non essere efficaci. È al gestore della piattaforma che compete la responsabilità di conformare la tecnica, in modo da renderla rispettosa delle specifiche fragilità della persona, facendo di Internet, divenuto ormai spazio integrante della vita sociale del soggetto, un luogo eticamente e giuridicamente sostenibile, in cui il bilanciamento tra vantaggi e rischi si giustifichi all’insegna di una cifra assiologica discendente dallo statuto giuridico della minore età. Un modello che recepisce questa impostazione è il Children’s Code adottato nel Regno Unito nel 2020. Un Codice (primo nel suo genere) che non tende a proteggere il minore dal digitale, ma piuttosto al suo interno”.

Enrico Costa