Federico Faggin, sulla natura della consapevolezza

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“Un giorno, i robot controlleranno il mondo” – “gli esseri umani sono le macchine più complesse sulla terra” – “i computer possono risolvere i problemi più difficili più velocemente e meglio di noi”. Quante volte abbiamo sentito pronunciare queste frasi, e in quante occasioni abbiamo affrontato un faccia a faccia, o meglio, un faccia-monitor con un computer, consapevoli della frustrazione che sarebbe derivata dal confronto con un vincitore designato sin dal principio?

Negli ultimi decenni, gli scienziati hanno creato intelligenze artificiali ispirate al cervello umano simulando le connessioni che si sviluppano tra i neuroni attraverso le sinapsi, costruito robot in grado di realizzare opere d’arte o che si sono visti riconoscere la cittadinanza di un paese. Stando a quanto affermato dai fisici, in cinquant’anni i computer saranno resi perfettamente coscienti e potranno sostituire uomini e donne nel portare a termine qualsiasi compito. Tuttavia, un bit non può ancora essere comparato a un segmento di DNA.

Gli scienziati ci hanno portati a credere che gli esseri umani siano macchine sofisticate, ma, se questo fosse vero, saremmo in grado di costruire robot che possano competere con noi in ogni ambito. Federico Faggin, il fisico vicentino che ha inventato il primo microprocessore, la mente che ha contribuito a creare la tecnologia che conosciamo oggi, pioniere della Silicon Valley è stato spinto, nel corso della sua carriera, dal sogno di creare un computer consapevole. Quello che è arrivato a scoprire è, semplicemente, che un simile dispositivo non possa esistere. Speaker d’eccezione alla prima conferenza organizzata da Science Gallery Venice, lo scorso 27 aprile al polo scientifico di Mestre, Faggin ha presentato il suo modello di realtà, un mondo in cui la consapevolezza sta alla base della natura stessa. La ricerca dell’inventore italiano lo ha portato a scoperte ben più rivoluzionarie della tecnologia alla base del celebre 4004, ma la più importante conclusione alla quale è giunto è sicuramente una: un computer non potrà mai essere consapevole.

«A quel tempo, mi sono detto: “se la consapevolezza è una proprietà meccanica di un sistema complesso, essendo il computer una macchina complessa, dovrei essere in grado di modificarlo per crearne uno consapevole”. Dopo due o tre anni, mi sono accorto che questo tentativo mi stava portando lontano dalla natura della consapevolezza, e ho capito che dovevo studiarla nell’unico modo possibile, ovvero in prima persona. Da quel momento, ho dedicato la mia vita a studiarla».

Che cosa rispondereste se qualcuno vi dicesse che il big bang e il mondo per come lo conoscete oggi sono solo un passaggio secondario nella creazione della vita, una mera proiezione della realtà intrinseca della mente di ogni essere umano? Come reagireste alla scoperta che il vostro io più profondo non fosse determinato solo da neuroni e sinapsi, ma da un’ ancora più complessa e primordiale realtà, il “nous”: l’intelligenza umana?

Il fisico italiano propone una teoria per la quale tutto quello che fino ad oggi è stato considerato “il mondo” è in realtà solo il riflesso della comprensione umana del mondo catturata attraverso quelli che egli definisce: “qualia”, vale  dire, sentimenti ed emozioni trasformati in simboli. Richiederebbe senz’altro uno sforzo non indifferente  e una significativa dose di onestà e integrità immaginare una realtà non meccanica, un mondo senza oggetti, spazio o tempo. Da sempre, gli umani sono stati istruiti a separare scienza e filosofia, a opporre religione e fisica, ma la natura della consapevolezza di Faggin sovverte la comune visione del mondo e apre nuove porte all’interpretazione della realtà. Paradossalmente, ci è voluto un fisico per far capire agli uomini che la filosofia, la natura umana e le emozioni valgono tanto quanto, se non più, della meccanica quantistica.

Le persone sono cresciute pensando di essere poco più che carne e ossa, convinte che le loro sensazioni fossero semplicemente una reazione a stimoli esterni. In quest’ottica, nella eterna battaglia tra esseri umani e intelligenze artificiali, queste ultime vincerebbero facilmente la sfida, sorprendendo l’avversario con trucchi incomprensibili e risolvendo infinite operazioni in un secondo. Tuttavia, quello che tutti tendono a dimenticare è che i computer non esisterebbero se gli uomini non li avessero creati e che idee e creatività costituiscono l’input indispensabile senza il quale i robot non sarebbero in grado di rispondere. Gli umani non dovrebbero lasciarsi intimidire dal confronto con i computer, ma dovrebbero piuttosto guardarsi da coloro che danno gli input alle macchine e che si considerano migliori di altri.

Nel corso dell’intervista con le Young Voices di Science Gallery Venice, interrogato su quale disciplina, tra arte e scienza, fosse più adatta a trasmettere messaggi ai “qualia”, il fisico ha messo in luce l’interconnessione tra le due, senza le quali l’uomo non sarebbe in grado di cogliere l’essenza della realtà: «l’arte è stata per molti secoli il mezzo col quale concetti complessi sono stati trasmessi alle persone, e i qualia sono gli strumenti attraverso i quali percepiamo e comunichiamo ogni cosa, persino l’esistenza stessa. Senza di essi, non saremmo altro che robot. C’è bisogno di entrambe. L’arte esprime l’intuizione,  mentre la scienza esprime il lato più razionale degli umani, ma persino nella scienza c’è una forte componente di intuizione. L’arte è essenziale, la scienza è essenziale, le due, combinate, possono dare a tutti un mondo migliore nel quale vivere».

Nella visione di Faggin, l’ego non dovrebbe essere ridotto alla semplice forma fisica, ma dovrebbe al contrario essere elevato affinché possa raggiungere il vero significato delle cose, che risiede al cuore della natura della consapevolezza. Tutto ha origine dalla comprensione, e questa passa attraverso la comunicazione. La creatività è il risultato delle idee: alcune di esse sono senza valore, altre possono essere in grado di cambiare il mondo. L’uomo ha sempre cercato di comprendere la realtà attraverso arte e scienza, ma senza l’abilità di andare a fondo nell’essenza, senza la percezione data dai qualia, uomini e donne sarebbero solo robot incapaci di avere intuizioni e di sentire l’esistenza. Se gli umani fossero davvero come computer, l’arte sarebbe ridotta a un’espressione di dati ottenuta tramite algoritmi e non ci sarebbero i prodotti delle menti geniali di Mozart e Galileo, e Dante non sarebbe stato in grado di tradurre la natura umana in terzine. Il mondo risulterebbe privato della sua bellezza e sarebbe trasformato in una semplice ripetizione di un modello nel tentativo di imitare la vita.

Ci vuole coraggio, onestà e anche un pizzico di audacia per proporre una teoria che sfida le leggi della fisica e per sacrificare la propria esistenza alla ricerca del significato e dell’origine della realtà, e a Federico Faggin non sono mancate nessuna di queste qualità. Dal microprocessore alle domande sulla nascita del mondo, dalla Silicon Valley alla Federico and Elvia Faggin Foundation la visione del pensatore e fisico è sempre stata guidata da intuizione e curiosità. Non resta che chiedersi se un computer sarebbe stato in grado di fare tutto questo.


Valeria Sforzini, Science Gallery Venice - Young Voices Board