Alcuni frammenti di vetro trovati durante la ricognizione archeologica ad Aquileia. I frammenti, probabilmente scarto di produzione, sono principalmente di colorazione blu e verde ad indicare l’uso di coloranti differenti

Rare sfere di metallo svelano i metodi antichi di colorazione del vetro

 

 

In epoca romana, il vetro veniva colorato con polveri di metalli. Questa tecnica, tramandata come tradizione orale dai vetrai, è oggi documentata da uno studio scientifico che ha analizzato due rari reperti metallici a forma sferica, rinvenuti incastonati in frammenti di vetro durante una ricognizione archeologica ad Aquileia.

Lo studio, pubblicato sulla prestigiosa rivista Scientific Reports, è stato condotto da scienziate e scienziati del gruppo di ricerca del Centro per le Tecnologie per i Beni Culturali (CCHT@Ca’Foscari) dell’Istituto Italiano di Tecnologia - IIT in collaborazione con il Dipartimento di Scienze Molecolari e Nanosistemi di Ca’ Foscari e il nodo INFN-CHNet di Bologna con l’Università di Bologna.

“Conoscere la tecnologia del vetro romano, scoprire nuovi dettagli riguardo le tecniche di colorazione e i processi produttivi non è solo una ricchezza dal punto di vista storico e archeologico” - sottolinea la direttrice del CCHT@Ca’Foscari dell’IIT, Arianna Traviglia. “Questi risultati possono essere d’ispirazione ed interesse anche per lo studio, la lavorazione e la produzione di vetro contemporaneo”.

La tecnologia del vetro, nonostante la tradizione millenaria che l’accompagna, è in continua evoluzione. Lo studio delle caratteristiche chimico-fisiche del vetro e la comprensione di come i processi produttivi influenzino le proprietà finali di questo materiale sta permettendo di realizzare vetri sempre più performanti per le applicazioni più svariate, dal settore farmaceutico a quello dell’elettronica. È la tecnologia del vetro, ad esempio, a permettere lo sviluppo di fibre ottiche sempre più avanzate.

“All’interno di scarti di vetro romano abbiamo notato due sferette di forma quasi perfetta. La particolarità di questi reperti ci ha spinto ad avviare un loro studio approfondito”, raccontano Francesca Di Turo e Alessia Artesani, le ricercatrici presso il CCHT@Ca’Foscari dell’IIT che hanno guidato le analisi scientifiche.

“Da queste osservazioni è nata l’esigenza di capire di che materiale erano fatte e qual era la struttura di queste sfere (es. volume pieno o vuoto). Infatti, solo comprendendo in dettaglio struttura e composizione di questi residui nel vetro ne potevamo chiarire l’origine”, spiega Giulia Moro, dottoranda presso il Dipartimento di Scienze Molecolari e Nanosistemi.

La tecnologia produttiva del vetro in epoca romana era estremamente avanzata e i processi di colorazione del vetro tramite uso di metalli erano svariati, tanto che alcuni non sono ancora totalmente noti. I ricercatori hanno utilizzato varie tecniche analitiche per lo studio di queste sfere tra cui: microscopia elettronica, analisi elettrochimiche e tomografia a raggi X.

La microscopia ottica ha permesso di evidenziare la natura eterogenea dei metalli presenti nelle sfere che sono state poi identificati tramite tecniche elettrochimiche ed analisi elementari.

“La microscopia elettronica ci ha permesso di evidenziare tracce di vetro anche all’interno delle sfere, una chiara prova di come queste si fossero formate durante le fasi di produzione del vetro” raccontano le ricercatrici.

La tomografia a raggi X, infine, ha permesso di guardare direttamente all’interno di una delle due sfere, comprendendone la struttura senza intaccare il bene archeologico.

I risultati delle indagini hanno chiarito il processo che ha indotto alla loro formazione e hanno reso evidente che la presenza di questi oggetti di bronzo piombato è correlata ad antichi metodi di colorazione del vetro. Infatti, sin dai tempi antichi, venivano impiegate scaglie e polveri di metallo, prodotti da scarto di altre lavorazioni, per conferire colori intensi e brillanti al vetro. Un esempio è l’uso del bronzo per ottenere sfumature verde-azzurro, molto diffuso in epoca romana.

“Studi come questo sottolineano la valenza dell’approccio multianalitico nello studio dei Beni Culturali e suggeriscono l’importanza di coltivare reti interdisciplinari – dichiara Ligia Maria Moretto, professoressa di Chimica analitica e coautrice dell’articolo – in questo caso, la collaborazione tra IIT e Ca’ Foscari ha permesso di mettere in campo in piena sinergia competenze di ambito chimico, fisico e archeologico”.

Enrico Costa