La seconda ondata COVID in India: il punto con il professor Dähnhardt

A inizio pandemia, sembrava che l’India stesse affrontando la crisi meglio di molti altri Paesi, senza restrizioni particolarmente drastiche. La seconda ondata di COVID-19, invece, l’ha colpita in modo brutale. Ad oggi, con oltre 27 milioni di casi e contagi in crescita, è il secondo Paese al mondo per diffusione del virus dopo gli USA. L’ultimo allarme arriva dal ‘fungo nero’ che sembra dilagare tra i malati provocando alti tassi di mortalità.

Contemporaneamente, il Governo porta avanti una massiccia campagna di comunicazione e vaccinazione. A quanto si riporta sul portale ufficiale, i vaccinati sono oltre 20 milioni. Molte voci di denuncia prendono però di mira la gestione della pandemia da parte del premier Narendra Modi. Per esempio, dalle pagine di The Guardian, la scrittrice e attivista indiana Arundhati Roy attacca il Governo, descrivendo una situazione fuori controllo e un mercato nero di farmaci e apparecchiature.

Facciamo il punto con il professor Thomas Dähnhardt, docente di Lingue e Letterature Moderne e del Subcontinente Indiano del Dipartimento di Studi sull’Asia e sull’Africa Mediterranea.

Cosa sta succedendo nell'India della ‘seconda ondata’ di pandemia? È vero che il Paese aveva gestito virtuosamente l’emergenza sanitaria nella prima fase? Cosa è cambiato? 

Dal punto di vista dell’emergenza medica, la situazione degli ultimi mesi è davvero molto grave - di gran lunga più grave della prima ondata tra marzo e settembre 2020 - perché questa volta la rapida diffusione del virus non è stata contenuta con le stesse misure drastiche dell’anno precedente. Ha colto le autorità di sorpresa e il rapido dilagare del virus ha causato in breve tempo la mancanza di vaccini, di posti letto nelle terapie intensive, di supplementi di ossigeno e di altre medicine in molte parti del paese, colpendo in eguale misura sia stati considerati relativamente benestanti, come Maharashtra, Kerala e Delhi, sia quelli più poveri, come Uttar Pradesh e Bihar. Ci sono milioni di persone malate, anche con sintomi gravi, che non possono accedere alle poche risorse mediche di cui il paese dispone - e questo riguarda anche i ricchi, non è una questione di soldi. Il rigoroso e improvviso lockdown deciso dal governo durante la prima ondata della primavera 2020 aveva creato disagio economico ad ampie fette della popolazione, soprattutto quelle più povere e indifese, quali i manovali giornalieri, che si erano visti privati dalla loro unica fonte di sostentamento da un giorno all’altro. La decisione aveva provocato una migrazione interna forzata di milioni di individui verso i villaggi d’origine, uno spostamento di dimensioni epiche. Questa volta il governo non ha voluto né potuto ripetere questo errore ed è caduto nell’estremo opposto, ovvero un certo compiacimento per la relativa ‘tenuta’ durante il primo lockdown: ha voluto ostentare un’inappropriata sicurezza, sfidando il destino su molteplici fronti.

Quali fattori interni ed esterni incidono maggiormente, secondo Lei, sulla situazione sanitaria e sull’alto numero dei contagi?

L’India ha una popolazione di quasi un miliardo e mezzo di persone, il che costituisce di per sé un fattore incisivo per la rapida diffusione di malattie infettive di ogni tipo. Inoltre, in India è impossibile pensare al tipo di disciplina, per esempio, del caso cinese, quindi qualsiasi cosa succeda, qualsiasi misura sia adottata, l’applicazione delle disposizioni è meno rigorosa e, quindi, meno efficace: è questione di mentalità. In più, questa seconda ondata è stata accelerata dal lassismo del governo, troppo compiaciuto per gli apparenti successi della prima ondata e più preoccupato, questa volta, di raccogliere consensi in vista di alcune elezioni regionali importanti (come nel West Bengala) dove, però, questa politica non ha avuto il successo sperato. Aggiungiamoci la ricorrenza di festività tradizionali, quali Holi (la tradizionale festa delle primavera) e ‘Id al-Fitr (la fine del Ramadhan per i musulmani), e le proteste dei contadini in Panjab, Haryana e Delhi, quindi situazioni in cui si radunano persone provenienti da tutti i villaggi e tutte le città, senza volontà di applicare misure di controllo efficienti, e non sarà difficile capire perché la situazione sia deteriorata così velocemente, al di là di ogni possibilità di un vero controllo della pandemia.

Come giudica la gestione politica della pandemia e qual è la risposta della società a queste politiche?

La Costituzione stabilisce che la salute pubblica è responsabilità dei singoli stati federali dell’Unione e non del Governo centrale, il che significa che coordinare le misure su scala nazionale risulta complicato e avviene con ritardo. Durante la prima ondata, per esempio, il Governo centrale aveva oltrepassato i limiti imposti dalla Costituzione imponendo un lockdown nazionale. Gli stati però hanno risorse limitate per affrontare emergenze di queste dimensioni e spesso l’elaborazione di strategie efficienti, come i programmi di vaccinazione, non avviene in maniera coordinata all’interno dei singoli stati, anche perché l’India ha una popolazione estremamente mobile. Tutto questo va ad aggiungersi alla grande disparità in termini di benessere economico e tasso di educazione nei singoli stati. Nel complesso, non è esagerato dire che durante questa seconda ondata non vi è stata alcuna politica efficiente per elaborare strategie coordinate atte a controllare e contenere la rapida diffusione del COVID-19. 

Quali ripercussioni avrà la pandemia sull’economia nazionale, sul breve e sul lungo termine? 

È difficile a dirsi, al momento. L’apparentemente infinito aumento del tasso di crescita dell’economia indiana si era già esaurito prima della pandemia e sicuramente le limitazioni alla libera circolazione di merci e persone non aiutano a stimolare produzione e consumo. La situazione, però, è complessa e variegata. Mentre l’impatto sul settore della produzione agricola, molto importante per l’economia e la società indiana, sembrerebbe essere limitato, anche grazie a molti interventi governativi, il settore del turismo - che ammonta a circa il 9.3% del PIL - è stato duramente colpito, il che non solo ha provocato il licenziamento di circa 38 milioni di individui impiegati nel settore (su un totale di 43 milioni, quindi quasi il 90%), ma ha anche fatto sì che i mancati introiti da questo settore abbiano avuto un notevole impatto sull’economia indiana. D’altro canto, il settore farmaceutico, assai importante nell’assetto economico indiano, ha tratto grandi benefici dalla grande richiesta a livello internazionale di medicinali quale la Idroxychloroquina, esportata in tutto il mondo, così come di altri farmaci impiegati nel combattere i sintomi del Covid. Ma, dal momento che l’impatto causato dalla pandemia sull’economia è diverso da quello di una recessione nel senso convenzionale del termine, è difficile che l’improvviso oscillare di alcuni indicatori economici in questo contesto dia delle indicazioni affidabili sulle possibili conseguenze a medio e lungo termine.

In aprile sono state autorizzate le manifestazioni per una delle maggiori festività hindu, il Kumbha Mela. Come dialogano religione e prevenzione nel contesto indiano?

Le tradizioni religiose costituiscono parte integrante della vita quotidiana della maggioranza degli indiani, per cui l’autorizzazione a procedere con i grandi eventi religiosi quali, per esempio, il Kumbha Mela è senz’altro da interpretarsi come una mossa populista, intesa a rassicurare la gente e appagare il desiderio di svolgere una vita regolare, in cui i pellegrinaggi hanno un ruolo fondamentale. Non si deve pensare che non ci sia attenzione, in linea di massima, a garantire un certo livello di sicurezza (penso anche al pericolo terrorismo, oltre a quello sanitario) in queste e altre occasioni, è che la mera massa di persone presente ovunque rende praticamente impossibile mantenere le misure necessarie per garantire una protezione efficace.

Le università indiane sono attive nella ricerca contro il virus?

Certamente l’India non manca di alcune istituzioni mediche di eccellenza, come l’Indian Council of Medical Research (ICMR) e l’All India Institute of Medical Sciences (AIIMS), che sono molto attivi nella ricerca e hanno condotto numerosi studi sulla natura e la diffusione della malattia, nonché sviluppato una serie di vaccini già prodotti nel paese stesso. L’India dispone senz’altro di servizi e di expertise sufficienti ad affrontare il problema su diversi fronti, ma durante questa seconda ondata il loro ruolo è rimasto limitato a esprimere pareri e avvisi ai politici nei diversi stati e alla nazione. Ciò che manca all’India non sono certo i cervelli, ma piuttosto la distribuzione delle risorse e delle competenze.

Rachele Svetlana Bassan