DE RE VESTIARIA, Antichità e moda nel Rinascimento

Le relazioni tra la riscoperta dell’antichità e la moda, intesa nel suo senso più ampio, tra il XV e XVII secolo è il tema di DE RE VESTIARIA, Antichità e moda nel Rinascimento incontro tra studiosi di respiro internazionale organizzato da Damiano Acciarino del Dipartimento di Studi Umanistici dell’Università Ca’ Foscari Venezia in collaborazione con la Fondazione Musei Civici di Venezia e l’Università Iuav di Venezia. L’iniziativa avrà luogo lunedì 24 e martedì 25 maggio 2021 presso il Museo di Palazzo Mocenigo - Centro Studi di Storia del Tessuto, del Costume e del Profumo e presso l’Aula Tafuri di Palazzo Badoer (Iuav).

Tra Quattrocento e Seicento la ricerca antiquaria interessò anche questioni relative alla moda e al costume, mediante indagini di carattere archeologico, numismatico, epigrafico o filologico. La riscoperta del mondo classico influenzò il vestiario suggerendo potenziali modelli per la moda del tempo, dando innumerevoli spunti alla creazione di abiti, calzature, acconciature o gioielli, e contribuendo alla costituzione di un immaginario comune più o meno idealizzato.

Un interessante esempio è rappresentato dal celebre Libro del sarto, conservato presso la Biblioteca Querini Stampalia di Venezia, che alterna a modelli di costumi numerosi schizzi di abiti antichi, che potevano fungere da ispirazione per gli abiti di volta in volta confezionati.  

Le fonti che favorivano lo sviluppo di questi elementi nella moda del Rinascimento erano tanto di carattere librario, quanto di carattere materiale (statue, affreschi, monete antiche).

Queste reminiscenze si esprimevano in opere d’arte, emblemi e imprese, o in messinscene teatrali, in un tempo in cui l’accuratezza della rappresentazione dell’antico era legata tanto alla sensibilità umanistica di artisti, iconografi e committenti, quanto a quella dei fruitori. 

I lavori saranno aperti da un ricordo di Doretta Davanzo Poli, illustre studiosa di storia del costume, docente dell’Università Ca’ Foscari da parte di Chiara Squarcina, Fondazione Musei Civici di Venezia. 

L’incontro è possibile anche grazie al supporto di ATSAH – Association for Textual Scholarship in Art History e alla collaborazione con ClassicA - Centro Studi Architettura, Civiltà, Tradizione del Classico dell’Università Iuav di Venezia.

Chi volesse riceve le credenziali d'accesso alla diretta Zoom, può contattare damiano.acciarino@unive.it

Abbiamo chiesto a Damiano Acciarino, Marie Curie Fellow per ATRA – Atlas of Renaissance Antiquarianism, un approfondimento sui temi dell'incontro

Da cosa è nata l’idea di proporre il confronto tra studiosi internazionali su questo tema e quali sono gli obiettivi dell’incontro?

L'idea di questo incontro nasce da un'esigenza scientifica. Da una serie di ricognizioni nella tradizione classica del Rinascimento, la questione del vestiario antico durante il Rinascimento ha acquisito un rilievo mai precedentemente messo in evidenza. Tuttavia, le molteplici competenze che questo tema esige per essere affrontato, rende necessario un confronto tra profili scientifici diversi, capaci di combinare competenze filologico-letterarie con altre di carattere archeologico e storico-artistico. Ricostruire la storia degli indumenti antichi è un fatto complesso, che prima ancora di riferirsi alla storia dei tessuti e della sartoria, impone una ricerca linguistica, per capire con quali termini fossero denominati gli abiti e il loro significato, e iconografica, per capire come gli abiti venissero rappresentati - al fine di trovare un corrispettivo tra nome e cosa. Per giungere a questo risultato, è necessario unire le forze e affidarsi a specialisti di aree apparentemente non affini, ma intrinsecamente connesse le une alle altre.

Quali sono le prospettive di questi studi?

Questo è un campo in cui c'è ancora tutto da fare. Il convegno si pone come un punto di partenza, con l'obiettivo di creare una solida base scientifica da cui studi futuri possano trarre linfa. Inoltre, se esisteranno le condizioni nei prossimi mesi, questa iniziativa potrebbe fungere da volano per l'organizzazione di una mostra, al fine di aprire le porte delle nuove conquiste culturali anche al grande pubblico.  Ma non è tutto. Speriamo di poter coinvolgere in questo movimento anche le imprese che si occupano di moda, per vedere se e come dal progresso scientifico si possano definire anche spunti creativi. 

Vestire in un certo modo nel Rinascimento, significava anche “lanciare dei messaggi visivi” e avere una simbologia ben precisa?

Durante il Rinascimento ogni minimo dettaglio veniva investito di significato simbolico, anzi il cosmo stesso era un organismo simbolico. I simboli servivano a leggere la realtà, a darle forma e possibilità di interpretazione. Il vestiario, allo stesso modo, ricade in questa visione del mondo. Così, ogni abito, ogni ornamento finiva per inserirsi in una tradizione precisa che acquistava significato in base alle occasioni in cui veniva indossato e al contesto, in una trama di rimandi tra presente e passato ancora tutta da investigare.

Parliamo non di abiti comuni, ma di costumi teatrali, di opere artistiche, di statuaria. Ci puoi dire di più?

In questo caso specifico dobbiamo considera la cosa da una prospettiva diversa: non cosa effettivamente indossassero gli antichi, ma come il Rinascimento immaginava gli indumenti antichi. Era una questione  di rappresentazione, di immaginario appunto. Infatti, questi due poli non sempre combaciavano. Anzi. Se si pensa ai costumi teatrali, ci si rende presto conto che un'eccessiva aderenza all'immaginario antico poteva risultare difficilmente comprensibile per un pubblico istruito ma non per forza edotto nella scienza antiquaria. Quindi bisognava trovare un equilibrio tra l'idea di antichità e cultura dello spettatore: per rendere credibile ma comprensibile una rappresentazione, bisognava trovare la soglia di tolleranza tra questi due poli. Il caso più celebre perché meglio documentato è quello della messa in scena dell'Edipo Tiranno al Teatro Olimpico di Vicenza nel 1585. 

Federica Ferrarin