MacLab: indagine sui lavoratori del settore cultura in Veneto

Mappare il lavoro culturale in Veneto, questo l’intento della ricerca appena conclusa dal Laboratorio MacLab del Dipartimento di Management dell’Università Ca’ Foscari dal prof. Fabrizio Panozzo, docente di management della cultura, dalla ricercatrice Angela Nativio, e dal data analyst Sergio Marchesini.

 

Che cosa è il “settore culturale” in Veneto? Chi sono i “lavoratori della cultura”? In quali condizioni si trovano a lavorare? Sono alcune delle principali domande alle quali ha cercato di rispondere questa ricerca. Perché dell’importanza del lavoro culturale si parla tantissimo ma, entrando nel dettaglio, si conosce davvero poco.

Per la prima volta, attraverso il Laboratorio di Management dell’arte e della Cultura dell’ateneo veneziano che da tempo si occupa di questi temi, i ricercatori sono riusciti a “fotografare” la parte meno vista, meno celebrata del mondo della cultura, la “microcultura” che però impiega risorse e mezzi.

L’indagine ha fatto emergere la presenza di lavoratori che non stanno necessariamente dentro le grandi istituzioni culturali, ma si collocano in una dimensione diffusa nel territorio, indipendente dai grandi processi culturali più celebrati dei grandi musei, dei teatri, delle fondazioni liriche. Oltre e attorno a queste realtà più visibili, ci sono persone e associazioni che operano in maniera professionale ma indipendente. Parliamo del cuore delle industrie culturali, di figure come attori, artisti, sceneggiatori, artisti visivi, scrittori, filmaker, tutti i professionisti che producono contenuti culturali. Spesso si tratta di un lavoratore che si è autorganizzato, molto spesso in piccolissima impresa a conduzione familiare, tutte individualità che sappiamo presenti, ma che ora non sappiamo bene come descrivere.

“La ricerca produce dunque una prima rappresentazione del lavoro culturale, nelle sue varie sfaccettature e combinazioni – spiega Fabrizio Panozzo - per darle visibilità e contribuire così all’avvio di un dibattito più consapevole sull’importanza del settore culturale e di chi ci lavora”.

LA RICERCA

Un primo dato che emerge dalla ricerca è, appunto, la carenza di dati attendibili sulla base dei quali operare delle scelte consapevoli. Le “statistiche sulla cultura” che vengono spesso citate per celebrarne la rilevanza economica sono falsate dalla scelta dei fenomeni che possono essere rilevati: possiamo infatti contare le entità iscritte nel registro delle imprese (ne rileviamo solo 769 in Veneto) ma non vediamo le altre centinaia che operano come associazioni non-profit e soprattutto non vediamo gli operatori individuali che fanno produzione culturale. Non vediamo e non possiamo rilevare gli attori, i registi, gli scrittori, i danzatori e moltissimi tra i musicisti, solo per citare le categorie più rilevanti di quello che la ricerca chiama il “nucleo artistico” del lavoro culturale.

È proprio su questo "esercito di invisibili" che si è concentrata la ricerca di Ca’ Foscari, consapevole del fatto che si tratta, in questa fase, di gettare un fascio di luce nell’oscurità.

Il focus è quindi sul lavoro culturale indipendente, quello che non si realizza all’interno di imprese o nelle grandi e piccole istituzioni pubbliche.

La ricerca restituisce una distribuzione territoriale che vede concentrarsi la presenza del lavoro culturale indipendente nelle province di Venezia (22,3%), Treviso (21,3%) e Padova (19,9%).

Fotografa altresì “l’effetto Covid”, una situazione di forte sofferenza del settore dovuta alla sospensione e chiusura dei luoghi della cultura. Rispetto al 2019, nel 2020 sono diminuite del 31,6% le mostre di arti visive, del 35,5% gli spettacoli teatrali e del 37,5% i concerti. 

Interessante anche la distribuzione delle attività. Per il 19,2% i lavoratori culturali sono impegnati nella gestione di spazi, il 18,3% fa teatro, il 16,3% laboratori con le scuole e il 10% si occupa di arti visive

La ricerca ha posto anche la classica domanda che si sentono fare spesso gli artisti: “OK, ma che cosa fai davvero come lavoro?”. Le risposte sono largamente per l’affermazione di una professionalità distintiva: il 77,9% dei lavoratori culturali dice di esercitare l’attività in maniera continuativa e solo il restante 22% distribuisce il suo impegno anche nella scuola, nei servizi o in altre attività professionali. Il dato presenta però delle significative variazioni interne: se la cultura è il solo lavoro per il 90% di chi gestisce spazi culturali, la percentuale scende al poco più del 60% per gli artisti visivi.

All’affermazione di professionalità corrisponde però un dato preoccupante sul versante del reddito. Il 48% dei lavoratori culturali in Veneto dichiara un reddito inferiore ai 10.000 euro l’anno, situandosi così sulla soglia della povertà. In particolare sofferenza su questo versante chi propone laboratori per le scuole mentre sembra andare leggermente meglio (“solo” il 45% a bassissimo reddito) per il teatro.

La ricerca ha cercato di cogliere anche le aspettative dei lavoratori culturali per il futuro. Come prevedibile, domina una sensazione di profondo pessimismo con un 24,3% che vede davanti a sé la catastrofe. Malgrado ciò, la maggioranza relativa (28%) di lavoratori culturali esprime resilienza scegliendo “tengo botta” come espressione che meglio coglie lo spirito del momento.

Federica Ferrarin